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domenica 01 novembre 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

Rebetiko

di Marco Celati - domenica 01 novembre 2026 ore 08:00

Il quartiere era cresciuto rado, fra un convento di frati e forse un antico spedale, lungo il novecento e prima ancora. Poi ciò che è stato di due guerre, fascismo, devastazioni, fino a noi. In paese c’era voglia di rinascita e lavoro e fabbriche e fuga dalle campagne. Era il boom, il miracolo economico e, a seguire, il boom edilizio. La casa nuova, gli elettrodomestici e i comfort erano il simbolo del benessere acquisito. Della modernità. Anche i miei, in cooperativa, misero su casa. Le classi dirigenti elette poco sapevano di urbanistica, erano carenti le leggi e così, rimessa in piedi la città bombardata, si costruì riempiendo gli spazi delle periferie, dove anche noi traslocammo. Resistette per un po’ un campo su cui, issati quattro pali, giocavamo a calcio, anzi a pallone, dalla mattina alla sera, d’estate. E le altre stagioni, finché si poteva. Le corse, le risse, le sassaiole, il rivale che ti abbatte e abbattuto, la caccia ai ramarri sui muri assolati, gli spari colla carabina a piombini ai pipistrelli la sera attorno ai lampioni, le strade sterrate, l’uva rubata ai filari dei contadini, i balzi sulla rena dai ponteggi dei muratori alla chiusura dei cantieri, il rimpiattino tra i labirinti delle fondazioni, le cicale, i grilli, le ultime lucciole notturne. C’era tutto in quel poco, tra le case in costruzione. E non c’era pericolo. Su di noi vegliavano gli angeli.

Era un tempo che sembrava di conoscerlo, che sembrava di avere tempo per poterlo tenere e cambiare. Uno spazio che ci sembrava uno spazio da aprire e pensare e strade che ci portavano. Con la grazia di un cuore che sembrava innamorarci per sempre. E ora non più. Sono scivolati via il quartiere, le case costruite sul campo di gioco e tutto quel poco che c’era, scialo della gioventù compresa e seguito di angeli veglianti. Volati via, come il violinista sui tetti e gli innamorati di Chagall. Il cuore batte scordato al suono di un rebetiko dei profughi greci, degli esuli di una canzone di Capossela. E la resa è invincibile.

E tutti i cuori nomadi, le vite e le strade che ci hanno condotto e riportato qui, dopo una breve diaspora, fra palazzi popolari dove le persone si salutano senza conoscersi. E alla lunga cova il rancore, il disinteresse, perfino dei tuoi. Non chiedo silenzio, non ho che pensare, di che dire e per chi. Le parole per dire le cose sono già tutte nel vocabolario, se non ne inventi di nuove. È come le metti insieme che conta, ammesso che serva. Come le note per una canzone. Non importa quello che hai, ma come lo usi, disse la puttana al giovane marinaio. È come fai le cose che le cose valgono: anche le piccole, le più semplici e tutto il resto che il tempo divora. Alla fine una parola non è che una parola: dice che se la rosa avesse un altro nome avrebbe comunque lo stesso profumo. Però anche loro, le parole, hanno una storia e non si può spararle a caso, vanno, anzi, misurate con cura.

Mi dicono che ne uso troppe e sono logorroico, ma parlare ormai parlo poco, nessuno che mi stia più a sentire. Semmai scrivo troppo e allora sarebbe meglio dire prolisso. Ma forse, cambiando le parole, il significato non cambia o non si riesce a coglierlo mai. Intanto, nell’incertezza di come definirmi, anche i miei hanno smesso di leggermi, me ne sono accorto. Non leggono nemmeno questi messaggi sotto forma di rosa, questi racconti di poca cosa. Tutti spaesati, scivolati altrove. Anche gli angeli, volati via.

Credo che nell’andare o nel tornare ci sia lo stesso smarrimento degli esuli, di non ritrovarsi più dove siamo, né con chi. Neanche tra noi. Di perdersi e sentire una tristezza inaccettabile, messa al bando. Un’anima, più anime. Una faccia, una razza, più razze. E il bisogno degli indigenti. Per questo le canzoni dimenticate, per questo le parole smarrite. Ma non paragonare il tuo lamento al dolore di tanti. E comunque ciò che scrivi non importa che sia letto da chi può leggerlo o meno, o non vuole, importa che sia scritto da chi sente di doverlo scrivere.

Buona domenica e buona fortuna.

Marco Celati

Pontedera, 1 Novembre 2026

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P.S. Questo testo breve e incongruo è stato scritto ascoltando “Rebetiko Gymnastas” di Vinicio Capossela e ne ha tratto ispirazione. Vi linko l’intero album, uscito tempo fa, sentite se non merita lasciarsi trasportare. Il rebetiko è stato il canto malinconico e ribelle dei bassifondi, degli esuli greci, dei transfughi dell’Asia Minore dopo la prima Guerra Mondiale, il conflitto Greco-Turco e la formazione della Turchia. Una musica dei popoli, proibita dai regimi nazionalisti e dalla dittatura dei Colonnelli. Ovviamente ogni accostamento è arbitrario, ogni spirito è libero e triste. Shakespeare, e Giulietta per la precisione, dicono della rosa: più del profumo, che del nome. E Capossela dice “rosa come un romanzo di poca cosa”. La prostituta e il marinaio timido sono di Stephen King, dal libro “On Writing”. L’ultima frase è un dialogo con mio figlio Luca, che mi ha regalato quel libro.

“Rebetiko Gymnastas”, Vinicio Capossela

https://youtu.be/5xns0JaboQ4?is=dvr11H3F5yK0qpjM

Marco Celati

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