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Venerdì 08 Maggio 2026

PSICO-COSE — il Blog di Federica Giusti

Federica Giusti

Laureata in Psicologia nel 2009, si specializza in Psicoterapia Sistemico-Relazionale nel 2016 presso il CSAPR di Prato e dal 2011 lavora come libera professionista. Curiosa e interessata a ciò che le accade intorno, ha da sempre la passione della narrazione da una parte, e della lettura dall’altra. Si definisce amante del mare, delle passeggiate, degli animali… e, ovviamente, della psicologia!

​Quando il terapeuta torna a casa

di Federica Giusti - Venerdì 08 Maggio 2026 ore 07:30

C’è un momento, alla fine della giornata, in cui rimango da sola allo studio. L’ultimo paziente se ne è appena andato.

La porta si chiude. Le voci degli altri smettono di abitare la stanza. Restano le sedie leggermente spostate, il bicchiere mezzo pieno, ed io che, per qualche secondo, rimango ferma.

Non è banale stanchezza. O almeno, non solo.

È una forma particolare di peso: quello di aver attraversato molte vite senza appartenere completamente a nessuna. Aver ascoltato paure, rabbie, silenzi, desideri che spesso nessun altro ascolta davvero. Aver contenuto il dolore senza poterlo trattenere per sé, ma nemmeno lasciarlo andare del tutto.

Non si parla molto della fatica silenziosa di chi ascolta. Ma vi assicuro che c’è. Non si vede, ed è giusto così, ma c’è.

Perché il terapeuta lavora con uno strumento fragile e potentissimo allo stesso tempo: sé stesso.

Ogni seduta richiede presenza autentica. Non una presenza meccanica, professionale nel senso freddo del termine, ma una disponibilità emotiva costante. Bisogna esserci davvero.

Accorgersi di una pausa troppo lunga. Di uno sguardo che cambia. Di una frase

apparentemente innocua che nasconde una ferita antica. Eppure, mentre accade tutto questo, il terapeuta deve anche restare stabile. Lucido. Capace di non invadere, di non salvare, di non scappare.

È un equilibrio sottile. E non sempre è facile non attraversare questo limite.

Ci sono giorni in cui le storie degli altri sfiorano qualcosa di personale. Il terapeuta non è neutro come spesso si immagina, non può esserlo proprio nella misura in cui usa sé stesso. Ed allora inizia uno strano passo a due tra ciò che sentiamo dentro, ciò che vibra dentro di noi, e ciò che possiamo mostrare e non mostrare fuori. Un continuo chiudere ed aprire senza mai perdere di vista l’Altro.

E questo ha un costo.

Ci sono sedute che restano addosso anche dopo cena o, addirittura, dopo giorni.

Frasi che riemergono mentre si guida. Silenzi che continuano a riecheggiare la notte.

Nessuno insegna davvero come si torna a casa dopo aver ascoltato il dolore per ore ed ore.

Ognuno attiva alcune strategie per riossigenarsi. Io decomprimo spesso nel viaggio, mi confronto con le colleghe più care, e poi mi dedico a chi e cosa mi piace, anche se non sempre si può fare.

L’importante è che anche noi terapeuti ci concediamo ascolto, perché anche chi cura ha bisogno di essere contenuto.

L’altra fatica riguarda l’idea di aver fatto abbastanza, la continua messa in discussione. Chi fa questo lavoro impara presto che non esiste la perfezione clinica. Esiste piuttosto una continua negoziazione con il limite. Con il fatto che non tutti cambieranno nel modo sperato. Non tutti resteranno. Non tutti si lasceranno aiutare.

E accettarlo richiede maturità, ma anche una certa dose di dolore.

E forse la vera competenza, alla fine, non è diventare impermeabili.

Ma restare sensibili senza rompersi, senza perdersi e senza fondersi con il dolore dell’Altro.

Federica Giusti

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