Non un’emergenza, non un corpo estraneo alla società toscana e neppure semplicemente “manodopera di cui abbiamo bisogno”. Le persone migranti sono ormai una componente strutturale della Toscana: della sua popolazione, delle sue famiglie, delle sue scuole, del suo lavoro e della sua economia.
È il quadro che emerge dallo studio “Gli immigrati stranieri nella società e nella economia toscana”, approfondimento economico-sindacale della CGIL Toscana curato da IRES Toscana e realizzato dal ricercatore Alberto Tassinari, che è stato presentato nell'ambito del Meeting Internazionale Antirazzista di Cecina, durante la riunione del Coordinamento Immigrazione della CGIL Toscana, aperta al pubblico.
I numeri raccontano una Toscana molto diversa rispetto a quella che viene descritta come una invasione. La popolazione straniera ha un'età media di 37 anni, contro i 48 degli italiani; il 77% è nella fascia tra i 15 e i 64 anni. Circa 146mila cittadini italiani residenti in Toscana hanno un background migratorio, oltre 203mila famiglie hanno almeno un componente straniero e quasi un matrimonio su quattro vede almeno uno dei due coniugi di origine straniera. E il contributo dell'immigrazione all'equilibrio demografico della regione è determinante. Senza immigrazione, nelle proiezioni richiamate dalla ricerca, l'indice di vecchiaia della Toscana potrebbe superare 438 anziani ogni 100 giovani.
“Questi numeri ci obbligano innanzitutto a cambiare le parole con cui raccontiamo l'immigrazione. - ha affermato Anna Maria Romano, segretaria della CGIL Toscana - Non vogliamo cadere neppure nella retorica secondo cui dobbiamo accogliere le persone migranti perché ci servono. Le persone non sono strumenti del nostro sistema produttivo. Sono donne e uomini che vivono qui, lavorano, crescono figli, costruiscono relazioni, pagano contributi e tasse, partecipano alle nostre comunità. Sono già parte della Toscana. Basta guardarci intorno e vedere quello che vedono e vivono le giovani generazioni. Per questo – ha proseguito Romano – alla parola remigrazione, che sta entrando con una violenza inquietante nel linguaggio politico europeo e italiano, dobbiamo contrapporre la realtà. Di quali persone stiamo parlando quando qualcuno dice che dovrebbero “tornare a casa”? Di chi assiste i nostri anziani? Di chi lavora nei campi, nell'edilizia, nel turismo, nella logistica, nella manifattura? Dei ragazzi che siedono nelle nostre scuole? Di famiglie che vivono qui da anni? O di quei 146mila toscani con background migratorio che sono già cittadini italiani? La remigrazione non è una politica migratoria: è l'idea di una società costruita separando chi avrebbe diritto di appartenervi da chi invece dovrebbe essere espulso. Ed è un'idea che va contrastata culturalmente, socialmente e politicamente”.
Ma la ricerca mette in luce anche l'altra faccia della realtà: essere indispensabili all'economia non significa avere gli stessi diritti nel lavoro. Nel 2024 gli occupati stranieri in Toscana hanno raggiunto quota 214mila, il 12,8% dell'occupazione complessiva, con una presenza decisiva in agricoltura, costruzioni, tessile e calzature, servizi e lavoro di cura. Tra il 2008 e il 2023 l'occupazione nella fascia 20-64 anni è aumentata in Toscana di 41 mila unità: l'intero incremento è dovuto ai lavoratori immigrati, cresciuti di 47mila, mentre gli italiani sono diminuiti di 6mila. Eppure un lavoratore straniero in Toscana percepisce mediamente un reddito annuo lordo inferiore del 33% rispetto a un lavoratore italiano. Il part-time involontario riguarda il 20% dei dipendenti stranieri contro il 9% degli italiani e arriva al 32% fra le lavoratrici straniere. Particolarmente significativo è il dato sul lavoro di cura: nel 2024 in Toscana si contano oltre 72mila lavoratrici e lavoratori domestici e assistenti familiari, in larghissima maggioranza donne e con una forte presenza straniera. Le famiglie toscane hanno speso complessivamente 721 milioni di euro per il lavoro domestico.
Ha fatto notare il presidente di Ires Toscana Maurizio Brotini: “La presenza dei lavoratori stranieri è ormai strutturale per il mercato del lavoro, ma resta caratterizzata da forti elementi di disuguaglianza. Gli immigrati sono concentrati soprattutto in settori a bassi salari e basse qualifiche, con maggiore diffusione di contratti a termine, part-time involontario e occupazioni discontinue. In Toscana il 20% dei dipendenti stranieri lavora part-time non per scelta, contro il 9% degli italiani; tra le donne immigrate la quota raggiunge il 32%”.
Il divario si riflette direttamente sui redditi: nel 2023, a livello nazionale, un lavoratore straniero tra 15 e 64 anni guadagna mediamente il 35% in meno di un italiano; in Toscana il divario è del 33%. Pesano la maggiore presenza nei settori meno remunerativi, la minore qualificazione professionale e la maggiore precarietà contrattuale.
Le conseguenze riguardano l'intera condizione familiare: in Toscana il 55% delle famiglie straniere si colloca nel quinto più povero della distribuzione dei redditi, contro il 16% di quelle italiane. Il rischio di povertà raggiunge il 26,3% contro il 7,7% degli italiani, mentre la grave deprivazione materiale e sociale interessa il 7,5% contro il 2,1%.
Allo stesso tempo, il lavoro immigrato è fondamentale per interi comparti produttivi. Nel 2024 gli occupati stranieri in Toscana hanno raggiunto 214mila unità, il 12,8% del totale, con una presenza decisiva in agricoltura, costruzioni, moda, servizi e lavoro domestico. Il quadro che emerge è quindi quello di una componente indispensabile all'economia, ma più esposta a bassi salari, precarietà, povertà e rischio di sfruttamento.
In sintesi, infine, si può tracciare una mappa socio-economica di dove vivono e lavorano le principali comunità straniere in Toscana: Prato-Firenze come polo della comunità cinese e della moda; Firenze come principale polo multietnico, con forte presenza peruviana, filippina e srilankese e un importante bacino del lavoro domestico e dei servizi; Lucca con una significativa presenza srilankese; Siena e la Toscana meridionale con comunità maggiormente legate all'agricoltura, tra cui macedoni e kosovari; Empoli, Santa Croce e Castelfiorentino con una forte presenza straniera nei distretti manifatturieri di tessile, abbigliamento, calzature e concia.
“ I dati mostrano una contraddizione molto netta - ha spiegato Alberto Tassinari, ricercatore IRES Toscana e autore dello studio - La Toscana ha bisogno dell'immigrazione e ne avrà ancora più bisogno nei prossimi anni, ma continua a utilizzare una parte rilevante del lavoro migrante nei segmenti più deboli del mercato del lavoro: bassi salari, basse qualifiche, contratti a termine, part-time involontario e maggiore esposizione alla precarietà”. La proiezione contenuta nello studio rende evidente anche la dimensione futura del fenomeno: nel 2038, in uno scenario di crescita dell'occupazione e di aumento della partecipazione al lavoro, circa 355mila posti dovrebbero essere coperti in misura largamente prevalente da forza lavoro proveniente dall'estero.
Per Rossano Rossi, segretario generale della CGIL Toscana, proprio qui si colloca il compito del sindacato: “Il razzismo attecchisce più facilmente quando il lavoro è povero, quando le persone vengono messe in competizione fra loro e quando qualcuno ha interesse a far credere che il problema sia chi lavora accanto a noi anziché chi sfrutta entrambi. Per la CGIL non esistono diritti diversi a seconda del passaporto: a stesso lavoro devono corrispondere stesso salario, stesse tutele, stessa dignità. La risposta alla precarietà – ha continuato Rossi – non può essere dividere lavoratori italiani e stranieri, ma unirli nella rivendicazione di salari, diritti, sicurezza e buona occupazione. Combattere lo sfruttamento del lavoro migrante significa difendere tutto il lavoro. È questa la funzione fondamentale del sindacato e questa è anche la nostra idea di Toscana. C’è infine una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: che società vogliamo costruire? Che persone, che esseri umani vogliamo essere? Scardinare il razzismo significa anche rovesciare lo sguardo. Non chiederci quanto siamo disposti a concedere a chi arriva, ma riconoscere che chi vive qui, lavora qui, cresce qui i propri figli è già parte della nostra comunità. E che i diritti non possono dipendere dal luogo in cui si è nati, dal colore della pelle o dal passaporto che si possiede. La sfida, allora, non è decidere chi può appartenere alla Toscana. È costruire una Toscana in cui nessuno debba continuamente dimostrare di avere il diritto di appartenerle”.